L’Europa investe miliardi di euro ogni anno nella ricerca scientifica pubblica. Dalla fisica teorica alla farmacologia, dalla biomedicina all’intelligenza artificiale, le università e gli istituti di ricerca europei producono una mole di dati e conoscenze che supera quella generata dall’intero commercio globale. Tuttavia, come denuncia Massimo Florio nel suo libro La privatizzazione della conoscenza, troppo spesso questi risultati vengono sfruttati industrialmente da soggetti esterni all’Unione, in particolare negli Stati Uniti e, sempre più frequentemente, in Cina.
È il caso emblematico della tecnologia a mRNA, le cui basi teoriche sono state gettate in laboratori pubblici europei, ma i cui brevetti e profitti sono stati incamerati da aziende private con sede oltreoceano. Stesso discorso per le tecnologie di diagnostica per immagini, derivate da ricerche del CERN, che oggi alimentano un’industria sanitaria globale senza un adeguato ritorno economico per chi ha finanziato la ricerca.
Un altro settore strategico è quello delle molecole farmaceutiche. Molte delle sostanze attive alla base di farmaci innovativi – anche oncologici – sono frutto di progetti di ricerca condotti in università e centri pubblici europei. Tuttavia, una volta raggiunti risultati promettenti, i brevetti vengono spesso ceduti per poche decine di migliaia di euro a grandi multinazionali del farmaco, che poi li sviluppano commercialmente generando profitti miliardari. Anche in questo caso, la collettività europea sostiene il rischio iniziale, ma non beneficia dei ritorni economici.
Questa dinamica rappresenta una perdita non solo economica, ma anche strategica. La scienza pubblica europea, come bene comune, dovrebbe essere il motore della nuova sovranità industriale dell’Unione. Eppure, senza un sistema di tutela dei dati, dei brevetti e dello sfruttamento industriale, rischia di diventare un enorme sussidio gratuito al capitalismo extraeuropeo.
Per invertire la rotta, servono scelte politiche coraggiose. Tra queste, una proposta concreta e coerente con la traiettoria suggerita da Florio potrebbe essere la seguente:
- Riconfigurare la catena del valore industriale europea, spostando le attività a basso valore aggiunto verso il Nord Africa e l’Africa subsahariana, attraverso partnership industriali strategiche che creino occupazione qualificata nei paesi terzi e sviluppo sostenibile.
- Concentrare le risorse dell’Unione sulla produzione ad alta intensità di conoscenza: tecnologie avanzate, green economy, salute, spazio, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale. In questi settori, l’Europa può e deve competere con Stati Uniti e Cina.
- Gestire in modo intelligente la proprietà intellettuale della ricerca pubblica, creando un modello europeo di licenze pubbliche, royalties e partecipazioni statali nelle startup che derivano da progetti di ricerca finanziati da fondi europei. Questo sistema favorirebbe anche la nascita di ecosistemi di innovazione locali, capaci di trattenere talenti e attrarre investimenti.
- Orientare la migrazione attraverso la qualità, attirando lavoratori e tecnici ad alta specializzazione e riducendo la pressione migratoria legata a flussi non qualificati, grazie anche alla creazione di opportunità economiche nei paesi di origine.
In questo schema, la conoscenza torna ad essere bene comune, ma non “bene gratuito”. È un patrimonio strategico da valorizzare, difendere e indirizzare. L’Europa può guidare una nuova stagione di innovazione sostenibile e cooperazione internazionale, a condizione di non lasciare che la sua intelligenza collettiva venga svenduta o regalata.
Come scrive Florio, “la scienza pubblica è una delle più grandi conquiste della modernità europea”. È tempo di trattarla come tale: non solo un’eredità culturale, ma una leva decisiva per il futuro.
Antonio Mammoliti
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