La funzione di uno scrittore è chiamare “gatto” un gatto. Se le parole sono malate, spetta a noi guarirle.»
diceva Jean‑Paul Sartre
Quarantatré anni fa Rosellina Balbi coniò un’espressione che non ha perso un grammo di potenza – indignazione selettiva – per descrivere il riflesso che porta a scandire le ingiustizie con un metronomo sbilenco. Allora il filtro era la pagina di un quotidiano; oggi lo stesso filtro pulsa in tempo reale sui nostri smartphone, nei reel e nei talk‑show «progressisti».
La logica è rimasta identica: scegliere un frammento di realtà, ingrandirlo finché occupa tutto lo schermo, ignorarne un altro di pari o maggiore gravità. Solo che, nel 2025, questo filtro non è più un semplice bias: è diventato la spia di un antisemitismo mascherato da anticolonialismo che serpeggia in una parte egemone della sinistra culturale.
Se i crimini commessi dal governo Israeliano monopolizzano l’attenzione mentre quelli di Hamas o di Assad o in Iran contro le donne , scompaiono dal radar, non siamo di fronte a una «statistica distratta», ma a un pregiudizio antico che cambia abito senza cambiare sostanza: l’ebreo ha comunque l’onere di discolparsi prima di meritare empatia.
La stessa cecità emergere quando lo sguardo si sposta su altri teatri di guerra. Negli stessi talk‑show che – giustamente – condannano i raid israeliani come «uso sproporzionato della forza», come crimini di guerra -dico io- non si leva quasi mai un appello per sanzioni contro l’Arabia Saudita che rade al suolo città nello Yemen, né contro il regime di Assad che ha usato gas nervino sui villaggi siriani. Qui «embargo di armi» non è di moda: i civili yemeniti e siriani restano fuori campo, lontani dal trend.
Accade anche nella guerra Israele–Hamas: striscioni pro‑Gaza illuminano palazzi d’Europa, ma le stesse piazze restano vuote per Yemen o Sudan. E accade a ruoli invertiti: chi riempiva le timeline di bandierine israeliane subito dopo il 7 ottobre tace quando l’ONU stima ventimila bambini sotto le macerie di Gaza. L’empatia diventa un interruttore: on/off pilotato dagli algoritmi. Questa indignazione a corrente alternata è un regalo enorme agli estremisti di ogni bandiera. Hamas rilancia i crateri di Gaza per dire: «La vita palestinese non conta»; la destra israeliana mostra il silenzio sull’Iran per gridare: «Ci odiano comunque».
La mattina del 7 ottobre uomini di Hamas si sono lanciati in deltaplano oltre il confine, hanno ucciso madri nei kibbutz, bruciato ragazzi a un rave, rapito bambini. Le sirene hanno squarciato l’alba di Tel Aviv e milioni di israeliani hanno scoperto che il loro «muro di ferro» era solo vetro sottile.
Poche ore dopo i jet israeliani hanno illuminato il cielo sopra Gaza. Lì vivono due milioni di persone stipate in quaranta chilometri: quando cade una bomba non fa distinzioni.
Gaza, però, non è un indicriminato campo di battaglia dove l’esercito israeliano miete vite innocenti, è anche una prigione a cielo aperto: Hamas tiene in ostaggio la propria popolazione, la trasforma in scudo umano e requisisce gli aiuti. Ogni padre che scava tra le macerie per cercare la figlia somiglia al genitore che, dall’altra parte della frontiera, stringe la foto di un ostaggio. È impossibile respirare senza sentire il peso di entrambe le sofferenze.
Intanto in Occidente una parte della sinistra brandisce la causa palestinese come totem identitario, senza ascoltare i palestinesi che rifiutano Hamas e chiedono diritti civili. Ridurre la loro storia a slogan significa aggiungere un nuovo strato di strumentalizzazione.
Ogni sabato sera, a Tel Aviv, centinaia di migliaia di israeliani riempiono Kaplan Street per dire: «Restituiteci i nostri ostaggi, fermate la guerra, via Netanyahu». Il premier e la sua cricca di ministri ultra‑nazionalisti trascinano il Paese verso un baratro autoritario. E sotto i droni israeliani che ronzano su Gaza ragazzini scrivono sui muri: «We want to live». Queste due piazze, gemelle nella resistenza all’estremismo, restano invisibili nei meme, eppure sono la bussola che ci manca.
C’è chi – seduto in un bar di Milano, Berlino o Parigi – sceglie la fazione come si sceglie la squadra ai Mondiali. Sventola «From the river to the sea» ignorando che Hamas sogna di imporre la shariʿa in tutta la Palestina; inneggia ad Hamas senza chiedersi che fine farebbero i diritti civili sotto quel regime; e chiedono dagli ebrei italiani di dissociarsi in blocco da Israele. Paradosso nel paradosso: molti ebrei in Italia evitano kippah e mezuzot perché non si sentono più al sicuro nelle loro stesse città – pur essendo cittadini italiani prima ancora che ebrei. La richiesta a un ebreo italiano di “dissociarsi” da Israele implica che la sua cittadinanza sia imperfetta, condizionata a un esame politico che non si pretende da nessun altro gruppo religioso: non dai cattolici per i crimini dei generali argentini e cileni che poi vanno a confessarsi in chiesa per essere assolti dai loro peccati, non dai musulmani per le lapidazioni in Iran. È la riproposizione moderna del sospetto di doppia fedeltà.
«Quando sotto accusa c’è l’ebreo, il principio di generalizzazione diventa improvvisamente accettabile.» — ha scritto Amos Oz.
Il meccanismo è questo: più l’ebreo appare «simile a noi ma non abbastanza» – occidentale per cultura, estraneo per radice – più diventa parafulmine di colpe secolari. Basta grattare la vernice del discorso anticoloniale perché riaffiori l’odio antico, intatto.
Mentre scorriamo il feed, i like finiscono per alimentare i demagoghi. In Germania l’AfD raddoppia, in Ungheria Orbán regna indiscusso, in Romania l’AUR sfiora la maggioranza, negli Stati Uniti Trump promette di «finire il lavoro». Quanto più il dibattito si riduce a slogan, tanto più chi urla identità e sicurezza conquista le urne.
L’odierno antisemitismo non indossa più svastiche: preferisce slogan anticoloniali, grafiche pop e citazioni fuori contesto. Condannare l’antisemitismo è doveroso – ma con la stessa forza dobbiamo respingere il giochetto inverso, quello che brandisce l’accusa di antisemitismo per silenziare ogni critica al governo israeliano.
Per riconoscere il confine dell’antisemitismo basta usare la griglia di Natan Sharansky (le tre «D»):
Demonizzazione – L’equazione “Israele = nazismo” non è solo storicamente fasulla: toglie unicità alla Shoah e presenta gli ebrei come carnefici congeniti. Il risultato è lo sdoganamento di un linguaggio disumanizzante: gli ebrei diventano “coloni”, “pidocchi sionisti”, “cancro del Medio Oriente”. L’Osservatorio Antisemitismo ha registrato un +300 % di insulti di questo tipo sui social italiani nei tre mesi successivi al 7 ottobre.
Doppio standard – Violazioni paragonabili commesse da Russia, Iran o Siria non scatenano la stessa ondata di boicottaggi e manifestazioni. Nel 2024 il Parlamento europeo ha condannato 11 volte le repressioni di Teheran; sui social, però, l’hashtag #BoycottIran ha raccolto 40 mila tweet, contro i 2,4 milioni di #BoycottIsrael. Il termometro morale si alza solo quando l’imputato è ebreo.
Delegittimazione – Lo slogan «From the river to the sea» non chiede riforme, chiede l’abolizione di Israele. È la stessa logica di Hamas, codificata nella Carta del 1988. Alimentare questa narrativa in piazze europee normalizza l’idea che lo Stato ebraico sia un errore da cancellare – e per estensione che gli ebrei siano un’anomalia da espellere.
Dentro questi paletti la critica è non solo legittima, ma necessaria: Netanyahu e la sua coalizione ultra-nazionalista devono essere condannati senza indugio, così come chiunque violi il diritto internazionale, i diritti umani . Oltre quei paletti, invece, si scivola nell’odio verso l’identità ebraica.
Professori che equiparano Gaza a Varsavia 1943, musicisti che boicottano orchestre israeliane ma non saudite, influencer che sovrappongono la Stella di Davide alla svastica: questo è antisemitismo mascherato. Chi, al contrario, denuncia le stragi a Gaza o la deriva illiberale del governo israeliano senza demonizzare gli ebrei esercita un diritto democratico che va protetto.
Di contro se trasformiamo ogni dissenso verso Il governo israeliano in “odio antiebraico”, l’accusa si logora, l’allarme perde volume e finiamo per consegnare ai veri antisemiti uno scudo linguistico. Due estremismi si alimentano a vicenda: l’antisemitismo che demonizza e il filoisraelismos ,senza se e senza ma, di riflesso che delegittima ogni critica. In mezzo c’è lo spazio – esigente ma vitale – della responsabilità civile di coloro che hanno il dovere di guardare sotto la vernice la complessità di questa guerra.
«Non esistono Stati innocenti», ricordava Balbi; «non esistono popoli maledetti», aggiungo. Esistono scelte: chiamare la violenza violenza, senza aggettivi; vedere la madre israeliana che aspetta un ostaggio e la madre palestinese che aspetta un corridoio umanitario; pretendere coerenza quando i nostri governi brandiscono la parola «proporzionalità».
Non serve un’altra bandiera: serve un’empatia ostinata, capace di smentire i nostri pregiudizi. Finché non lo faremo, l’“indignazione selettiva” resterà un interruttore e l’estremismo – di qua e di là del Mediterraneo – continuerà a dettare il ritmo del mondo.
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