Nel 2015 il governo Renzi lanciò il Jobs Act con un patto esplicito: meno incertezza legale per chi assume – grazie all’abolizione del reintegro automatico salvo i casi discriminatori – in cambio di uno sgravio contributivo triennale fino a 8 000 € l’anno per ogni nuovo tempo indeterminato. Il risultato fu immediato: nel solo 2015 furono firmati o trasformati in stabili oltre 2,4 milioni di rapporti e il saldo netto dell’anno toccò +764 129 posti a tempo indeterminato – un primato che l’Italia non vedeva dagli anni Novanta ConfcommercioIl Fatto Quotidiano. Di quel boom, circa 700 000 contratti nacquero esclusivamente grazie allo sgravio, secondo le stime INPS-INAPP Inapp.
Il patto, però, si spezzò in fretta. Nel 2016 lo sgravio fu dimezzato, nel 2017 quasi azzerato; i centri per l’impiego rimasero senza risorse e nessuno dei governi successivi – Gentiloni, Conte I e II, Draghi, Meloni – rimise sul tavolo incentivi permanenti o costi crescenti per i contratti a termine. Esaurita la benzina, le assunzioni stabili ristagnarono e le imprese tornarono ai rapporti a scadenza.
Sul fronte opposto, i numeri dei licenziamenti illegittimi smontano la retorica dell’emergenza. Prima del Jobs Act i tribunali accertavano circa 18 000 licenziamenti illegittimi l’anno; dopo il 2015 i casi con condanna si sono assestati poco sopra quota 15 000 e meno di un migliaio si conclude con il reintegro, gli altri con un assegno di otto-quattordici mensilità Il Mulino. In termini di probabilità individuale parliamo di uno 0,06 % l’anno – un lavoratore su 1 300. Tra i 700 000 stabilizzati del 2015, appena lo 0,5 % ha fatto causa e vinto.
Quando il giudice ordinava il reintegro, inoltre, il ritorno in azienda era spesso solo formale. Il lavoratore poteva optare per 15 mensilità cash in luogo del rientro; dati di prassi avvocatesca indicano che il 40-50 % dei reintegrati sceglieva subito questa via e che circa la metà di chi rientrava lasciava entro un anno con un accordo economico. Alla fine meno di un quinto dei licenziati illegittimamente reintegrati restava davvero in organico oltre i 12-24 mesi WikilabourDi Elle. Il reintegro, insomma, era più deterrente simbolico che soluzione stabile.
Eppure oggi Pd, Cgil e Giuseppe Conte – che da premier non stanziò un euro per incentivi strutturali o politiche attive – appoggiano lo smantellamento del Jobs Act in nome della lotta alla precarietà. Chi ieri ha lasciato la riforma a secco oggi la dichiara fallita: una contraddizione dettata più dal bisogno di bandiera che da coerenza con i fatti.
La logica quotidiana delle PMI racconta un’altra storia. Formare un saldatore, un casaro o uno sviluppatore costa mesi e migliaia di euro; perdere quella competenza blocca la produzione. Per la micro-impresa stabilizzare il personale è un investimento, non un favore. Reintrodurre il reintegro “a freddo” – senza incentivi che rendano l’indeterminato conveniente – rischia solo di spingere gli imprenditori verso un uso ancora maggiore dei contratti a termine.
Se l’obiettivo è ridurre davvero la precarietà, servono incentivi pluriennali vincolati ad almeno ventiquattro mesi di permanenza, un sovrapprezzo contributivo progressivo sui rinnovi a termine, centri per l’impiego finanziati sui risultati di ricollocazione e risarcimenti rapidi e certi, con reintegro limitato ai casi discriminatori. Nessuno di questi interventi richiede un referendum; tutti richiedono la volontà di investire in un disegno duraturo anziché in slogan.
Il Jobs Act non ha deluso perché “troppo liberista”; ha deluso perché, dopo il decollo, i governi hanno spento i motori. Abolirlo senza costruire alternative equivale a dire alle imprese: “Meglio un contratto a termine in più che un indeterminato in meno”. Se si voleva davvero difendere i lavoratori, la battaglia era un’altra: completare il patto del 2015 con incentivi stabili, politiche attive efficaci e un costo crescente per la precarietà. Rinunciarvi ora è l’ennesimo trionfo della politica degli slogan sulla politica dei fatti.
Antonio Mammoliti
Lascia un commento