Narcisismo politico dei progressisti e tradimento della base: quando la sinistra danneggia chi dice di rappresentare

Il flop del referendum 2025 sulla cittadinanza ha ricordato alla sinistra italiana che le buone intenzioni, maneggiate male, diventano coltelli afferrati dalla lama. Ma non è un inedito: dal 2016 a oggi, la sinistra – qui e altrove – ha ripetutamente spianato la strada ai suoi avversari inseguendo un’epica autoreferenziale più che un calcolo politico.

Il referendum sulla cittadinanza del 2025 è l’ennesima conferma di un vizio radicato: la sinistra, abbagliata dalla propria immagine morale, finisce per danneggiare proprio le persone che proclama di difendere. Quella che sembrava una misura di giustizia sociale – ridurre da dieci a cinque gli anni necessari per ottenere il passaporto – si è trasformata in un boomerang. Con un’affluenza poco sopra il 30 %, e un terzo dei votanti (presumibilmente progressisti) schierato per il No, la consultazione è risultata nulla. Giorgia Meloni ha tradotto il flop in un “mandato popolare” e ha annunciato norme più rigide su cittadinanza, rimpatri e revoche: un’ironia amara per milioni di immigrati che il quesito avrebbe dovuto tutelare.

Resta da chiedersi perché nessuno dei promotori abbia colto il rischio di mettere in gioco il futuro di milioni di immigrati: ha prevalso una miscela di narcisismo politico e autocompiacimento.

Per narcisismo politico intendo la tendenza di un leader o di un gruppo dirigente a costruire la propria identità pubblica intorno all’immagine eroica di sé«noi siamo i difensori degli ultimi» – invece che intorno a una lettura empirica dei problemi. È una forma di egocentrismo cognitivo: lo sguardo resta fisso sulla propria coerenza interna, sulle standing ovation in piazza o sui like, più che sugli effetti delle scelte. Così i comitati referendari rischiano di restare gruppi autoreferenziali che scambiano l’entusiasmo militante per consenso nazionale, continuando a impugnare l’arma referendaria «dalla parte della lama».

Le oltre seicentomila firme online, raccolte in poche settimane, sono state lette come un plebiscito quando erano soltanto rumore digitale. Il referendum è diventato fine a sé stesso: si è sopravvalutato il ritorno simbolico e ignorata la variabile decisiva dell’astensione.

Lo stesso riflesso narcisistico ha colpito in passato:

In Italia, nel 2016, Matteo Renzi trasformò una riforma costituzionale in un plebiscito personale, perse e spianò la via ai populisti.

A destra domina un narcisismo opposto: il leader «uno di voi» ostenta normalità con selfie al discount e retorica anti-élite; trasforma ogni critica tecnica in prova di snobismo altrui e capitalizza l’astensione come legittimazione del “popolo silenzioso”. L’incoerenza diventa autenticità e rinsalda il vincolo emotivo con l’elettorato.

Spezzare il circolo vizioso richiede dati prima dell’epica: sondaggi indipendenti, simulazioni d’affluenza, scenari pessimistici messi a verbale. Servono cabine di regia realmente plurali, con economisti, sociologi e avvocati del diavolo; ascoltare le minoranze interne capaci di sfidare la narrazione dominante senza essere bollate da traditrici. Se un referendum non regge il quorum, lo si archivia e si lavora in Parlamento; si torna alla lentezza delle idee e si parla con chi vive nelle periferie, dove immigrazione e precarietà si intrecciano in una competizione fra poveri che i salotti digitali ignorano.

Finché la sinistra confonderà le proprie ego-istanze (essere “i buoni” della storia) con il Paese reale, continuerà a ferirsi da sola. Disciplina dei numeri, ascolto dei territori e coraggio di uscire dal salotto – reale e digitale – sono le uniche cure possibili: Solo in questo modo l’arma della democrazia diretta – così come la battaglia elettorale – colpirà il bersaglio giusto, invece di ferire proprio chi si dichiara di voler difendere.

Antonio Mammoliti

2 risposte a “Narcisismo politico dei progressisti e tradimento della base: quando la sinistra danneggia chi dice di rappresentare”

  1. Avatar Fabio Campetti
    Fabio Campetti

    Analisi perfetta, sono pienamente d’accordo. Aggiungerei una nota critica anche sull’abuso dello strumento referendario e che in questo modo da strumento di democrazia diretta rischia di diventare appunto un boomerang. Tali quesiti non sono da referendum ma da lavori parlamentari. Purtroppo deleghiamo persone pagandole pure profumatamente incapaci di fare il proprio lavoro.

    1. Avatar Antonio Mammoliti

      Finché non si ricostruisce un circuito di fiducia nelle sedi rappresentative, il rischio è continuare a usare la democrazia diretta come clava emotiva – e, come dici tu, trasformarla in un boomerang. Ancora grazie: il tuo commento completa perfettamente il discorso e ricorda che “democrazia” non significa soltanto votare, ma soprattutto far funzionare gli organi che già abbiamo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *