Che cos’è la bellezza e cosa significa essere «belli» nell’era dell’edonismo social?
Nei network digitali l’edonismo estetico e quello economico si sovrappongono: spingono l’individuo non a uscire da sé, ma a investire su di sé come fosse un brand. Conta il filtro perfetto, la foto accattivante, il ritorno in like; non l’espressione, ma l’esposizione.
Il «piacere» si cerca nel compiacere il voyeurismo altrui attraverso l’esposizione. L’identità si modella così su fattori esteriori, mentre le componenti interiori — emozioni, valori, memoria — scivolano sul fondo. L’io, divenuto passivo, si specchia nei giudizi altrui.
Questo «edonismo social», dipendente dal feedback, non è vero edonismo e nemmeno anti-edonismo: è una caccia a piaceri deformati, riflessi in uno specchio digitale che trasforma ideali morali, scelte politiche e desideri di autorealizzazione in strumenti per soddisfare l’intima esigenza di compiacere la propria bolla social. L’indignazione lampo ne è l’esempio più chiaro: un’emozione autentica contro chi offende la dignità altrui che, messa in vetrina, diventa rito identitario e genera appartenenza anziché cambiamento, piacere di gruppo anziché azione etica.
Per trovare una via d’uscita conviene spostare lo sguardo su una forma diversa di bellezza: la bellezza dell’espressione di sé. Essa nasce all’interno, nelle emozioni più intime e nei ricordi anche dolorosi; affiora nei valori che ci confermano come individui; trasforma la vulnerabilità in materiale creativo e sposta il baricentro dal giudizio esterno all’esperienza interna, restituendo dignità a ciò che l’algoritmo catalogherebbe come «difetto».
Dov’è finita questa bellezza? Si è solo spostata dal reale al feedback. Immaginiamo due ragazzi che si fanno un selfie al tramonto: il sole si spegne dietro l’orizzonte, il mare brilla di riflessi rossi, ma lo sguardo resta incollato al telefono; finito lo scatto, condividono le foto e lasciano che il tramonto si spenga lentamente alle loro spalle. La bellezza non è scomparsa: è stata trasferita dal vedere al fotografare, dall’esperienza al file. Recuperarla richiede un gesto minimo: abbassare il telefono, voltarsi verso il tramonto e restare — senza filtro — ad assorbirlo. Fermarsi a contemplare la bellezza, a vent’anni come a sessanta, significa riconoscersi singolarità e non flussi di dati valutati da un algoritmo apatico.
La stessa assenza di bellezza interiore si riflette in politica, lavoro, relazioni e perfino nelle scelte più banali: dal locale di tendenza al video da condividere, spesso non scegliamo noi ma l’algoritmo. L’inerzia prosegue fino alle urne, dove i feed progettati per stimolare emozioni rapide sostituiscono il confronto sui programmi, fake-news mirate amplificano paure e pregiudizi, e la compulsiva condivisione diventa prova generale del voto. Se un valore serve solo a ottenere approvazione, perde forza normativa e non guida più le scelte.
La carenza di bellezza interiore è dunque un problema di autonomia: l’algoritmo, decidendo dalle micro-azioni quotidiane alle macro-decisioni, ci disabitua alla fatica di scegliere e alla fatica di pensare. Recuperare la bellezza dell’espressione di sé significa riappropriarsi del gesto deliberato: domandarsi perché si desidera davvero qualcosa; creare invece di soltanto consumare; esporsi al reale (camminare, ascoltare, toccare, guardare) per restituire profondità al sentire; verificare i fatti prima di condividere, sottraendosi alla trappola delle indignazioni lampo. Così la bellezza torna bussola interiore e le scelte, dal locale con gli amici alla cabina elettorale, diventano davvero nostre.
Antonio Mammoliti
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