Mi capita spesso di ricevere in chat inviti a firmare petizioni online. Credo di averle sottoscritte quasi tutte: ognuna di quelle istanze era giusta e meritevole di attenzione. Ma poi? Dopo la firma, arrivano notifiche che indicano quante adesioni sono state raccolte e se è stato raggiunto l’obiettivo prefissato. Sono dati che, però, non dicono nulla sul vero scopo della petizione, cioè se qualcosa sia effettivamente cambiato. Così, le istanze scompaiono dai radar mediatici e dai social.
Mi torna allora alla mente l’immagine di una petizione online come una bottiglia d’acqua frizzante appena stappata: all’inizio le “bollicine-firme” risalgono vivaci e trasmettono l’impressione di un fronte compatto. Ma, se nessuno agita la bottiglia, l’anidride carbonica si disperde e l’energia si affievolisce, lasciando un liquido ormai piatto.
Per mantenere la pressione servono scadenze precise, ruoli concreti e una narrazione che si rinnovi a ogni tappa, affinché la scintilla iniziale si trasformi in un’onda lunga capace di produrre effetti reali. Ciò che spesso manca ai movimenti che lanciano appelli e petizioni è proprio la leadership: figure in grado di alimentare costantemente il coinvolgimento e di garantire continuità alle istanze invece di lasciarle evaporare nel web.
Questa carenza non dipende dal talento, ma da condizioni pratiche. Il digitale genera attenzione instabile; inoltre, nei movimenti online prevale una cultura dichiaratamente anti-gerarchica che scoraggia chi sarebbe disposto a esporsi in prima linea. Anche per questo partiti e istituzioni restano spesso alla larga dalle istanze nate esclusivamente in rete. La fantasia di una partecipazione orizzontale e senza leader è seducente, ma senza ruoli chiari la strategia inevitabilmente si sfilaccia.
Occorre allora trovare chi sia disposto ad “agitare la bottiglia” con costanza e a trasformare le bollicine in una pressione organizzata. Il bicchiere delle petizioni, da solo, non basta: non possiamo illuderci di sprigionare un’enorme effervescenza quando l’acqua è poca. Dobbiamo tornare alle sorgenti, a quell’acqua che sgorga già frizzante di suo: le organizzazioni territoriali, le assemblee reali, i partiti.
La quasi totalità delle petizioni ha un’origine progressista, ma proprio il centrosinistra, distante dai movimenti rifugiati nel digitale, non offre oggi alcuna sponda al fiume di proposte e proteste. Occorre riaprire il dialogo e pretendere una leadership autentica, capace di sottrarsi all’autoreferenzialità roma-centrica, di scendere di nuovo in piazza, presidiare i territori e ridare speranza a un popolo disorientato, stanco di stappare continuamente nuove bottiglie di acqua gassata per poi vederne volatilizzare le bollicine. Ecco la ragione per la quale ho deciso di astenermi dalle petizioni online e chiedere ai partiti, quali che siano, di riappropriarsi delle istanze, dare risposte ai problemi veri e smettere di polarizzare ogni questione.
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