Il fascismo eterno di Eco non basta più. Verso un feudalesimo tecnocratico
È arrivato il momento di definire in modo più preciso in cosa si stia trasformando una parte della destra globale. Per farlo, parto da una definizione rapida ma estremamente puntuale che Umberto Eco diede del fascismo e del cosiddetto “fascismo eterno”.
Secondo Eco, il fascismo non è solo un fenomeno storico, ma un insieme di tendenze che possono riaffiorare in forme nuove. Tra queste vi sono il culto della tradizione e il rifiuto della modernità razionale, che portano al disprezzo del pensiero critico e all’esaltazione dell’azione fine a sé stessa. Il fascismo eterno si nutre della paura della differenza, della frustrazione delle classi medie e dell’ossessione per complotti che giustificano la creazione di nemici interni visti come minaccia onnipresente.
Promuove una visione elitaria e autoritaria, glorifica l’eroismo violento, il machismo, e disprezza i deboli. Al posto della democrazia pluralista propone un popolo fittizio e monolitico, rappresentato da un leader carismatico, senza mediazioni. Infine, agisce attraverso una lingua semplificata e povera, che inibisce il pensiero complesso e favorisce la propaganda.
Eco avverte che questi elementi non devono manifestarsi tutti insieme per costituire una minaccia: basta che ne emergano alcuni, anche in forma aggiornata, per riconoscere l’ombra del fascismo eterno.
In effetti, non tutti questi elementi sono pienamente riconoscibili nella politica di Trump; alcuni sono stati modificati, adattati, resi più attuali. Altri si ritrovano, con sfumature diverse, nelle politiche di Orban e di Erdogan. Molti — forse i più gravi — emergono nelle politiche di Vladimir Putin. Quanto a Netanyahu e ai suoi alleati, si possono riconoscere alcuni tratti, ma in questo caso non si può parlare propriamente di “fascismo eterno”: si tratta piuttosto del tentativo, sempre più esplicito, di instaurare una forma di teocrazia.
Nel caso di Trump — che appare come il leader globale di questa nuova destra — emerge tuttavia un elemento ulteriore: un tentativo, forse inconsapevole, di dare una base “filosofica” alle proprie azioni politiche. Il riferimento intellettuale, sebbene mai apertamente dichiarato, è Curtis Yarvin.
Yarvin è un teorico della destra radicale americana che propone di superare la democrazia, considerata inefficiente e ipocrita, poiché dominata da un’élite progressista che controlla media, università e burocrazie — ciò che lui definisce The Cathedral.
Al suo posto, immagina uno Stato governato come un’azienda, con un leader sovrano (simile a un CEO) dotato di pieni poteri e giudicato unicamente in base ai risultati. Al posto della partecipazione popolare, propone governi tecnocratici, gerarchici e privatizzati, in cui i cittadini possano “cambiare Stato” come si cambia fornitore di servizi.
Il suo pensiero è elitario, antiegualitario e post-democratico, più influenzato dalla logica del software e dell’efficienza aziendale che dall’ideologia politica tradizionale. È una forma di autoritarismo nuova, che ha sedotto parte del mondo MAGA e alcuni ambienti della Silicon Valley proprio perché promette ordine, efficienza e controllo — anche al prezzo della libertà e del pluralismo.
Le differenze con il “fascismo eterno” di Umberto Eco sono sostanziali, benché in alcuni casi gli effetti possano sembrare simili. Eco descrive il fascismo eterno come un fenomeno emotivo, irrazionale, anti-intellettuale e di massa, fondato sul culto della tradizione, sulla paura del diverso e sulla semplificazione del linguaggio. Yarvin, invece, propone un autoritarismo razionale, tecnocratico ed elitario, che disprezza sia le masse sia il populismo stesso. Non crede nel culto della nazione o della forza fisica, ma nell’efficienza del potere concentrato e nella “gestione ingegneristica” dello Stato.
È una visione tecnocratica, autoritaria e post-democratica, dove il potere non si conquista con la forza, ma si gestisce con efficienza algoritmica. Un sistema in cui l’ingegneria del software diventa modello politico. Un potere che non urla, non reprime apertamente, ma ti ascolta, ti analizza e ti corregge. Invisibile, adattivo, dolce e pervasivo. Non ha bisogno di censurarti, perché sa come orientarti.
In questo scenario, il vero pericolo non è il ritorno del fascismo classico, ma l’emergere di un “feudalesimo tecnocratico”, dove pochi centri di potere — spesso privati, digitali, globali — governano sotto la maschera dell’innovazione e dell’efficienza. Un impero con un CEO imperatore circondato da un consiglio di amministrazione onnipotente di tecnocrati. Un sistema che promette ordine e progresso, ma pretende obbedienza assoluta. Dove ogni cittadino è ridotto a un dato, un comportamento previsto, una preferenza monetizzabile.
Ecco allora che la polarizzazione tra destra e sinistra tra antifascismo e anticomunismo, rischia di diventare una trappola semantica e politica. Mentre i partiti di estrema destra sono probabilmente ignari di essere strumenti di un disegno più ampio, anche i partiti progressisti — ossessionati dal contrasto al “fascismo” — stanno combattendo un nemico sbagliato, lasciando campo libero alla vera trasformazione in corso.
La domanda, allora, non è solo dove stia andando la destra, ma che cosa ne sarà della democrazia, se la sua unica difesa continua a combattere ombre del passato, ignorando le strutture silenziose del presente. E il rischio è che, mentre gridiamo al fascismo, stia già avanzando — in silenzio — un sistema più pervasivo, più sofisticato e forse ancor più pericoloso.
È dunque il momento di fermarsi. Di ragionare, di creare spazi di dibattito reale, sottratti alla polarizzazione sterile e alla logica binaria. Occorre che le forze meno estremizzate — da entrambi i lati — si incontrino, si riconoscano e comprendano la natura del pericolo che incombe.
Perché il nemico non è solo l’autoritarismo del passato, ma la trasformazione strisciante del potere democratico in una macchina opaca, ipertecnologica e non rappresentativa. Un pericolo che, se non viene riconosciuto ora, rischia di rendere vano ogni sforzo di resistenza futura.
Antonio Mammoliti
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