Perché serve coerenza quando parliamo di diritti e ingiustizie
Viviamo in un tempo in cui le immagini scorrono velocemente: tweet, post sui social e notiziari si consumano in poche ore e le piazze si riempiono o si svuotano a seconda dell’emozione del momento. Eppure, se guardiamo oltre la superficie, emerge una contraddizione che dovrebbe interrogarci: l’indignazione è diventata selettiva, si accende e si spegne come un interruttore che qualcun altro manovra.
Non tutte le vittime ottengono lo stesso spazio. Alcune guerre ci scuotono, altre scivolano via nell’indifferenza. Alcuni popoli diventano bandiere, altri restano ombre senza voce. È come se la roulette morale del nostro tempo fosse truccata: paga solo quando conviene, quando è facile, quando serve a confermare l’identità che abbiamo scelto di indossare — sia essa una bandiera o una kefiah.
Si grida, giustamente, per Gaza; ma ci si volta dall’altra parte davanti ai bambini morti di fame in Sudan, allo sterminio silenzioso nello Yemen, ai bambini rapiti in Ucraina.
Sventolare una bandiera o indossare una kefiah non è di per sé antisemitismo. Tuttavia, quando l’unico “carnefice” riconosciuto è Israele, mentre tutti gli altri vengono taciuti, non siamo più di fronte a solidarietà: siamo di fronte ad altro.
E se poi si urla “dal fiume al mare” sventolando la bandiera palestinese accanto a quella della pace, si dà vita a un’incoerenza totale. Quello slogan non invoca la pace; presuppone una guerra senza fine, fino all’annientamento dell’avversario. Chi manifesta con quello slogan abbraccia la stessa logica di un governo israeliano che, avviandosi verso una teocrazia di fatto, sogna di estendere Israele “dal fiume al mare”. Due specchi contrapposti che alimentano lo stesso abisso: la negazione di ogni possibilità di convivenza.
Il punto è semplice: o crediamo davvero nella dignità umana universale, oppure dobbiamo ammettere di usare le tragedie come arma di parte. Non serve un’enciclopedia di dati per capirlo: basta la coerenza di chiamare le cose col loro nome. Se un missile russo uccide civili a Kharkiv, è un crimine di guerra. Se un regime affama un popolo, è un crimine contro l’umanità. Se un governo uccide i propri oppositori, è una dittatura sanguinaria. Se un gruppo terroristico usa i bambini come scudi umani, è barbarie. Non ci sono eccezioni da concedere.
Perché non scendiamo in piazza per i 500.000 bambini morti di fame in Sudan? Forse perché non c’è una bandiera facile da stampare sulle magliette o una sciarpa da indossare. Forse perché non c’è un hashtag che “funziona” contro Hamas che si nasconde sotto le scuole o dentro gli ospedali. O forse, più dolorosamente, perché non vogliamo mettere in discussione la nostra narrazione comoda — quella che ci dà riconoscimento e appartenenza al gruppo.
Non esistono vite di serie A e vite di serie B. E non esistono parole o slogan “da copione” da usare solo in certi casi. Il primo passo verso la giustizia è un linguaggio onesto, che non maschera, non seleziona e non complica ciò che è chiaro: la sofferenza innocente merita sempre la stessa voce.
Cosa motiva questi movimenti propal estremi? Non la solidarietà umana universale.
Le ragioni sono almeno due. La prima è storica: i movimenti di liberazione della Palestina nacquero come laici, indipendenti dall’islam integralista. Oggi, invece, molti fingono di non vedere che a guidarli ci sono forze integraliste e i Fratelli Musulmani, il cui obiettivo dichiarato è sostituire le democrazie liberali con un ordine politico fondato sulla sharia. In Occidente agiscono dietro la facciata di associazioni culturali e caritative, ma la loro strategia resta una penetrazione silenziosa e graduale, pensata per erodere dall’interno i valori di libertà, pluralismo e laicità. Dietro la retorica della resistenza e della solidarietà si cela un progetto apertamente incompatibile con i principi democratici occidentali.
Qui si innesta la seconda ragione: per molti di questi movimenti i valori democratici e liberali non sono un punto di dialogo, ma un nemico da abbattere. L’odio verso l’Occidente e i suoi principi diventa il loro carburante ideologico. Questa è sindrome che Roger Scruton chiamava oikofobia.
Il risultato è ciò che le estreme — sia a sinistra che a destra — stanno alimentando: una polarizzazione radicale che rende le posizioni inconciliabili e cancella ogni spazio di ragionamento. Non è più confronto: è guerra culturale.
Manifestare contro i crimini di guerra commessi dal governo israeliano è sacrosanto. Farlo, però, con leggerezza e lasciandosi guidare dai simboli e dal fumo della propaganda integralista significa polarizzare il dibattito e trasformare una causa legittima in un boomerang politico. È un errore che non indebolisce Israele, ma finisce per danneggiare i palestinesi stessi e, paradossalmente, la stessa possibilità di pace.
A questa incoerenza se ne aggiunge un’altra: il boicottaggio della cultura e dello sport israeliano. Non colpisce il governo di Netanyahu, ma proprio quella società civile che più si oppone alle sue politiche: musicisti, scrittori, atleti, giovani. Invece di isolare un governo, si finisce per isolare chi lo contesta, soffocando le voci critiche che in Israele chiedono democrazia e pace.
Chi si schiera in modo acritico con una sola parte, qualunque essa sia, tradisce i valori democratici e diventa complice della polarizzazione. La polarizzazione non è solidarietà: è un veleno antidemocratico che spegne il confronto, alimenta l’odio e apre la strada a chi sogna di distruggere le nostre società libere.
Per questo motivo la sinistra europea dovrebbe condannare le violazioni del governo israeliano e, allo stesso tempo, schierarsi con l’opposizione israeliana che scende in piazza per la pace. I leader riformisti e progressisti dovrebbero andare a Tel Aviv per unirsi ai manifestanti anti-governativi e dimostrare che la vera alternativa a Netanyahu (e ai suoi omologhi di destra altrove ) è una politica progressista che crede nella convivenza e nella soluzione politica.
Antonio Mammoliti
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